martedì 14 aprile 2015

TUTTO COME PRIMA


Campobasso, 14 aprile 2015

L’Italia continua ad essere un Paese in cui la malafede logica ed economica continuano a farla da padrona


    Di Marco Boleo














Il Principe Antonio De Curtis amava ripetere che ci sono le cose vere e quelle presunte. Questo va tenuto bene in mente quando si analizzano i comunicati ed i documenti dei Governi, specialmente di quello italiano, in materia economica. Premesso che un po' di ottimismo serva, non bisogna però lasciarsi troppo irretire da annunci poco aderenti alla realtà. Gli aerei possono volare ma gli asini no, a meno che non siano collocati nella stiva. Il conto trimestrale delle Amministrazioni Pubbliche diffuso dall'Istat il 2 aprile scorso è arrivato, per fortuna, a chiarire lo stato delle cose in merito alla promessa riduzione delle tasse. Ne riportiamo uno stralcio significativo: "[Durante lo scorso anno] le uscite totali sono aumentate dello 0,8% rispetto all’anno precedente e il corrispondente rapporto rispetto al Pil è stato pari a 51,1% (50,9% nel 2013); le entrate totali sono aumentate dello 0,6%, con un’incidenza sul Pil del 48,1% (+ 0,1 % rispetto al 2013). La pressione fiscale è risultata pari al 43,5%, in aumento dello 0,1% rispetto all’anno precedente." Ergo Cari Renzi e Padoan nessuna riduzione della pressione fiscale o almeno le statistiche non la lasciano intravedere.
Altro cavallo di battaglia del Governo erano stati i famosi "ottanta euro" in busta paga.
Avevamo manifestato in tempi non sospetti i nostri dubbi parlando di una sorta di "gioco delle tre tasse" che se fosse stato compreso dai contribuenti avrebbe condizionato non poco le intenzioni di spesa dei beneficiari. Vediamo come sono andate le cose. Secondo l'Istat, si diceva, le uscite sono aumentate dello 0.8% rispetto al 2013. Visto che in questa voce sono stati contabilizzati "i quasi dieci miliardi" utilizzati per l'intervento, usando un proverbio popolare, il Governo avrebbe dovuto tener ben presente che non si può avere contemporaneamente la moglie ubriaca ed il vino nella botte. Fuor di proverbio: è stata utilizzata spesa pubblica, soggetta ahinoi ad usi alternativi, per favorire una categoria di cittadini con l'intento di stimolare l'economia. Il problema è che i risultati sono stati pressoché nulli. Si è avuto solo un aumento della spesa pubblica ed un peggioramento della finanza pubblica. Nel dettaglio: la spesa al netto della spesa per interessi sul debito pubblico è passata dal 46,1% del 2013 al 46,5% del 2014; l’avanzo primario, invece, si è leggermente assottigliato passando dall’1,9 al 1,6%. Tanto rumore per nulla, visto che gli effetti sulla crescita del Pil sono stati quasi impercettibili. Questo perché le misure fiscali adottate per reperire i 10 miliardi hanno avuto un impatto restrittivo maggiore rispetto al beneficio che la distribuzione di questa somma ha avuto sui consumi e sulla domanda interna.
Se non c’è crescita, l’occupazione non aumenta e la disoccupazione non si riassorbe. Tutto come prima. A dir poco penoso poi è stato il tentativo propagandistico, subito rientrato, dei mirabolanti numeri sull’occupazione provocati dal Jobs Act. Il governo si era dimenticato artatamente delle cessazioni accentuando solo le attivazioni. La funzione del Jobs Acts, infatti, non è quella di creare occupazione ma solo quella di contribuire a ridurre le tipologie di lavoro precario. Tirando le somme quello che abbiamo voluto sostenere fin qui è che con l’illusione fiscale propinata ai contribuenti si finisce solo in un vicolo cieco.

Ora si sta lavorando sulla “local tax” ma visti i risultati delle precedenti innovazioni fiscali siamo un tantino preoccupati. Nel 2009 si iniziò a ragionare in questa prospettiva. L’obiettivo nobile e condivisibile era quello di spostare la tassazione dal centro alla periferia decentrando le funzioni amministrative e le corrispondenti entrate tributarie. I risultati dopo sei anni sono che non si trova riscontro alcuno dell’applicazione di questa filosofia, visto che vi è stato un aumento sia delle entrate di competenza degli enti territoriali sia di quelle dell’amministrazione centrale. Prendendo come riferimento l’ultimo quarto di secolo la pressione fiscale è passata dal 38% del 1990 al 43.5 del 2014; con l’80% di questo aumento imputabile alla dinamica delle entrate locali che son cresciute dal 5.3% al 15.9. Un tipico esempio di illusione fiscale è la Tasi, nata per poter dire che non si sarebbe più pagata l’Imu sulla prima casa e che si sarebbe ridotto il prelievo sugli immobili. Il risultato è che la Tasi nel 2014 è costata ai contribuenti 25.2 miliardi di euro ed in termini percentuali il 15% in più dell’Imu 2013 (quando non si pagò sulla prima casa). E ci fermiamo qui. L’Italia in questo modo continua ad essere un Paese in cui la malafede logica ed economica continuano a farla da padrona e nel quale il declino prosegue inarrestabile.

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