sabato 20 settembre 2014

UN NUOVO INTRECCIO TRA STATO E MERCATO PER PROMUOVERE LA DEMOCRAZIA ECONOMICA

Campobasso, 20 settembre 2014


INTERESSANTE ARTICOLO 
DEL PROF. MARCO BOLEO.










riflessioni sulla democrazia economica

Mentre ascoltavo le interessanti relazioni al Seminario Nazionale di Studi di Senigallia, organizzato dal Mcl, la mia mente è tornata spesso a letture e studi compiuti nel corso degli ultimi trent’anni. Quello che segue è ciò che ho rimuginato e ruminato, stimolato dalle interessanti riflessioni dei relatori ed in particolare da quelle di Mons. Mario Toso, di Raffaele Bonanni, del Professor Michele Colasanto e della Dott.ssa Roberta Caragnano. L’espressione democrazia economica viene utilizzata, molte volte in termini generici, per indicare un ordinamento del sistema economico in grado di realizzare una giusta distribuzione di lavoro, reddito e ricchezza di cui oggi abbiamo estremo bisogno.
Bene ha fatto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium (EG) a denunciare le iniquità che si son venute accentuando nell’ultimo lustro. Più precisamente si possono ricercare concezioni diverse della democrazia economica, concezioni che si caratterizzano per la distinzione fra la democrazia economica  per mezzo del mercato, per mezzo della politica economica, per mezzo di forme ed istituti partecipativi. Per comodità seguiremo la tassonomia offerta anni fa da Guido Baglioni. La prima concezione, propria della scuola liberale  risalente al pensiero di Adam Smith, si basa sul presupposto che gli individui dispongono della libertà di scelta nell’occupazione, nei consumi, nella destinazione del risparmio negli investimenti e nelle attività imprenditoriali; conciliando in tal modo, opportunità individuali e vantaggi collettivi.  Una sorta di  “mano invisibile” rende compatibili tutte le iniziative. In proposito James Tobin, divenuto famoso negli ultimi anni più per la tassa che porta il suo nome che per il suo pensiero che resta ancora molto attuale, ironicamente ci ricorda che “la mano invisibile è una delle grandi idee [della storia del pensiero economico ]…, secondo […] Smith la concorrenza del mercato trasforma le azioni miopi ed egoistiche degli individui nella ricchezza delle nazioni […]. Non è necessaria una direzione centralizzata. Il sistema non richiede dai suoi partecipanti né altruismo né onniscienza. Sono sufficienti la naturale difesa del proprio interesse e l’osservazione locale dei dati quotidiani. Tutto ciò che si richiede a quanti partecipano al mercato è il rispetto dei diritti di proprietà e degli obblighi contrattuali. Tutto ciò che si richiede al Governo è di fissare queste norme e di difendere la società contro i nemici interni ed esterni. Le interferenze del Governo nei mercati sono, in genere, inefficienti perché impediscono agli individui di effettuare gli scambi e di stabilire i contratti reciprocamente e socialmente  vantaggiosi.”
Continuando ad utilizzare la metafora della mano invisibile di Smith possiamo dire che il concreto funzionamento del mercato presenta casi in cui la mano invisibile ”trema o fallisce”, come ci ricorda l’economista di Cambridge Frank Hahn e questo ha delle pesanti ripercussioni sugli esiti della democrazia economica attuata per mezzo del mercato. In proposito anche Papa Francesco nella EG si è espresso in termini critici: “Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, (…), richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi… orientati ad una migliore distribuzione (…) [§. 204]. La seconda concezione nel solco della “Teoria Generale” di John Maynard Keynes - realizzabile per mezzo della politica economica - prevede in teoria e nella pratica, l’intervento delle autorità di governo, espressione degli ordinamenti democratici, nei processi economici e sociali. La politica economica serve per guidare, correggere ed integrare il funzionamento del mercato e svolge compiti di fornitura di beni pubblici, di redistribuzione delle risorse, di stabilizzazione e di sviluppo economico come sintetizzato mirabilmente da James Tobin in un capitolo di un libro dedicato ai suoi anni alla Casa Bianca come consulente di J. F. Kennedy. La terza concezione - realizzabile attraverso forme ed istituti partecipativi -  esprime le intenzioni e le speranze di migliorare il funzionamento del mercato e di ampliare l’ambito della democrazia economica dovuto alla politica economica. Nelle esperienze dei paesi industrializzati l’applicazione delle tre concezioni risulta in molti casi complementare. In merito alla prima concezione, bisogna riconoscere che il funzionamento del mercato promuove e garantisce le condizioni strutturali e procedurali che stanno alla base della democrazia economica. La necessità politico-sociale ed economica di intervenire, nei casi in cui il mercato fallisce, non significa che si può fare a meno delle “leggi” dell’economia di mercato e questo va tenuto bene in mente. Per la seconda concezione, va sottolineato che la democrazia economica trova la sua legittimazione nella politica economica e sociale. Essa garantisce la piena legittimità degli interventi nei processi economici, che dovrebbero produrre maggiore equità e favorire il bene comune; quando ciò non si verifica, sussistono, comunque, le condizioni istituzionali  per un suo cambiamento di indirizzo. La democrazia economica per mezzo di forme ed istituti partecipativi, invece, si differenzia dalla politica economica perché è promossa da gruppi sociali e dalle loro organizzazioni, anche se vi può essere il concorso o il coinvolgimento della sfera politico-istituzionale; perché agisce sui processi di collocazione delle risorse tramite scambi fra  attori sociali - come amava ripetere il compianto Ezio Tarantelli - o con l’iniziativa prevalente di un attore sociale. Il motivo ricorrente che anima la richiesta della democrazia economica tramite partecipazione risiede nel fatto che gli equilibri politici  presenti nel sistema non necessariamente promuovono maggiore benessere ed equità. Nel suo cammino, la democrazia rappresentativa  si è mossa verso questi due obiettivi, ma con  risultati differenti, con fasi di espressione, con condizionamenti strutturali o legati alle aspettative ed alla volontà della maggioranza degli elettori.
Partendo dal presupposto che la politica economica e sociale resta lo strumento fondamentale della democrazia economica, possiamo affermare che quest’ultima può essere interpretata da quella parte di democrazia economica che è promossa dagli attori sociali. Come ci ricorda efficacemente Guido Baglioni: “mentre la politica economica può andare nella direzione di accrescere l’applicazione dei diritti, la parte di democrazia economica dovuta alle forme partecipative, ha ragione d’essere, solo se amplia e rafforza tali diritti”. Per chiudere possiamo affermare che serve un nuovo intreccio tra Stato e mercato per promuovere la democrazia economica, con un cruciale ruolo svolto dalla società civile chiamata a vigilare sul comportamento dello Stato ed a migliorare il funzionamento del mercato promuovendo la sussidiarietà e la solidarietà per far sì che la mano invisibile non tremi.

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